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LA VITA OLTRE LA VITA

Pubblicato nel dicembre del ‘75 da un’oscura casa editrice della Georgia e nonostante un apparato distributivo limitatissimo. “La vita oltre la vita” in poche settimane è stato ristampato per ben otto volte, raggiungendo la tiratura straordinaria delle 174.000 copie. Meno di un anno dopo, ripreso nella collana economica di uno dei maggiori editori americani, il libro di Moody è subito balzato in testa alla classifica dei bestseller suscitando una eco senza precedenti su tutta la stampa degli Stati Uniti e attirando l’attenzione del vasto pubblico. E’ oggi adottato come libro di testo di oltre 400 corsi universitari, mentre già escono le prime traduzioni in diverse lingue. Quali i motivi di un successo così sorprendente? Può solo stupirsene chi non sa che questo libro infligge un duro colpo al più antico tabù che abbia gravato sull’umanità, il tabù della morte. Moody infatti ha qui raccolto le testimonianze di persone ” clinicamente morte” che, sottoposte a pratiche di rianimazione, sono tornate a vivere. Che cosa hanno provato mentre erano “morte”? Quali esperienze ci attendono nell’”aldilà”? A questi e ad ltri fondamentali interrogativi il lettore troverà risposta in queste pagine: una risposta rassicurante, che strappa alla morte la sua maschera angosciosa, e ce la presenta come dispensatrice di ” intendi sentimenti di gioia,amore e pace”. Essite una vita dopo la morte. Apputo è quello che viene dichiarato in questo libro da più di 100 persone,tornate a vivere dopo essere state diagnosticate ” clinicamente morte”. Nel loro racconto l’esperienza dell’aldilà. Personalmente credo che la nostra società sia arrivata a un punto di transizione. Dobbiamo avere il coraggio di aprire nuove porte e di ammettere che gli strumenti scientifici di cui attualmente disponiamo sono insufficienti per molte nuove ricerche.

Divina Recchia

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Primo maggio: i negozi rimangono aperti. Da Milano a Palermo tutti a lavoro!

aprile 23rd, 2010 Posted in Cronaca italiana Tags: , , , , ,

È il Primo maggio, tutti al lavoro». Quella che fino a ieri sarebbe passata come una provocazione, oggi diventa un invito a cui, complice la crisi, è difficile dire no. A violare la sacra festa dei lavoratori è sempre più spesso il mondo del commercio. Si allunga anno dopo l’elenco dei comuni che autorizzano i negozi a tenere aperto il Primo maggio. E anche nel mondo della piccola impresa il Natale laico dei dipendenti non è più un tabù.

Dall’anno scorso i milanesi possono fare shopping il 25 aprile. Per la prima volta nel 2009 i negozi hanno avuto la possibilità dal Comune di accogliere i clienti anche in occasione della Liberazione. Oggi si pensa anche al Primo maggio. Sebbene ieri, durante una riunione a palazzo Marino, i confederali abbiano espresso un no categorico. «Comprendo l’opposizione dei sindacati — riflette l’assessore al Commercio del capoluogo lombardo, Giovanni Terzi —. D’altra parte non posso ignorare il richiamo del mondo del commercio, soprattutto in un momento di crisi come questo. Nei prossimi giorni prenderemo una decisione». «I nostri associati ci chiedono sempre più spesso di poter tenere aperto anche il 25 aprile e il Primo maggio — si inserisce Pietro Rosa Gastaldo, direttore generale di Confesercenti Milano —. Il calo dei consumi impone un sacrificio, anche personale, per evitare di perdere occasioni di vendita, in particolare nelle grandi città e nelle zone con maggiore attrazione turistica». Intanto a Milano una certezza c’è già: il prossimo Primo maggio i mercati comunali scoperti si terranno come se fosse un sabato qualunque. A Torino è sicuro: le saracinesche nell’area turistica del centro potranno restare alzate. È la prima festa dei lavoratori con i negozi aperti sotto la Mole. Domenica due maggio si farà il bis. La decisione è stata condivisa dal sindacato, complici anche le esigenze legate all’ostensione della Sindone: non si possono trascurare i turisti che arrivano copiosi in città. Ma i centri che il Primo maggio terranno aperti i negozi sono anche altri: Monza, Genova, Cagliari, Palermo per fare solo qualche esempio. 
A dire il vero sulle aperture festive il mondo del commercio è diviso. Anche se la crisi tende a far pendere il piatto della bilancia dalla parte di coloro che vogliono alzare le saracinesche. «Registriamo un aumento delle richieste di deroga motivate da esigenze di bilancio. Per alcuni tenere aperto vuol dire anche riuscire a difendere meglio l’occupazione», osserva Renato Borghi, vice presidente Confcommercio. «D’altro canto— tiene ad aggiungere Borghi — il Primo maggio rappresenta conquiste e valori di partecipazione democratica che riteniamo anche nostri. Sull’argomento affineremo il sondaggio che registra i pareri degli associati ». Ma cosa vuol dire per la cassa di un negozio un sabato come quello del prossimo Primo maggio? «Molto dipende dal settore merceologico. Ma in media gli incassi del sabato valgono come quelli di due giorni feriali», dimensiona la posta in gioco Sandro Castaldo, docente di Marketing alla Bocconi di Milano. «Di solito tenere aperto anche nei festivi è più facile per chi ha un’organizzazione del lavoro su due o più turni», precisa Castaldo. Quindi per la grande distribuzione. Non è un caso che tra coloro che a Milano chiedono a gran voce l’apertura il Primo maggio ci siano anche alcune grandi catene. «Molti dei nostri associati hanno questa esigenza—constata Paolo Barberini, presidente di Federdistribuzione, associazione che rappresenta le grandi insegne —. Avere più opportunità per tenere aperto spesso vuol dire aiutare le famiglie a fare acquisti più ragionati. Inoltre anche in questi primi mesi del 2010 i consumi sono deboli. Più giornate di apertura danno ossigeno ai conti delle imprese». «I beni non di prima necessità vengono acquistati nel tempo libero. Per questo le aperture di sabato e domenica sono così importanti», fa notare Alberto Baldan, direttore generale di Rinascente. «Certo, bisognerebbe che i comuni si decidessero per tempo. Ci terremmo ad avvertire i dipendenti con un certo anticipo». A interrogarsi sulla necessità di una declinazione del Primo maggio aggiornata ai tempi non è solo il mondo del commercio. Negli Anni ’60 il 50% dei dipendenti in Italia si trovava in aziende con più di mille dipendenti. Oggi quel mondo non esiste più. «In molte piccole imprese datore di lavoro e dipendenti sono fianco a fianco. Gli stessi lavoratori si autogestiscono. Il conflitto sociale si è ridotto, con buona pace del sindacato. Così se arriva una commessa urgente in tempi come questi nessuno si tira indietro anche se è il giorno del lavoratori», esemplifica il presidente di Confapi, Paolo Galassi

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